Succedono cose strane Italia. Succede per esempio che la cultura di un Paese venga considerata da un governo sempre più un «optional». Un di più da tagliare qua e là. E così teatri, rassegne, festival che per anni hanno alimentato la nostra fame di cultura si ritrovano di colpo a dieta. E una buona dieta, si sa, prima o poi fa dimagrire. Ma se noi non avessimo voglia di digiunare? Perché magari il nostro «cibo» – fatto di studio, lettura, ascolto e visione – ci sembra essenziale per la nostra sopravvivenza? Forse conviene cambiare mensa. Cercare cioè un luogo e una modalità diversa per alimentarsi e continuare a crescere. Insieme.
Cosa significa? Per esempio tagliare del tutto i ponti con le istituzioni, rinunciare alle sovvenzioni pubbliche e provare a costruire cultura dal basso: si può scegliere di farlo con un gesto estremo che parta dall’occupazione degli spazi – come hanno fatto i lavoratori dello spettacolo al Teatro Valle di Roma, gli artisti di Macao, i ragazzi del Teatro Coppola di Catania, o il collettivo della Balena a Napoli – oppure semplicemente creando, mettendo in circolo le idee e realizzarle autoproducendole. Solo nel settore teatrale, per esempio, Roma è piena di «buoni esempi», di giovani che decidono di autofinanziarsi pur di non rinunciare a crescere, a condividere, a partecipare.
Vorrei raccontarvene uno in particolare, un piccolo grande miracolo che ho visto avverarsi davanti e dentro di me. È accaduto pochi giorni fa a Cassino (Frosinone), un territorio dove pullulano da qualche tempo tante associazioni che tentano a loro modo di fare qualcosa per la città, una città universitaria «senza università», senza cioè tutto ciò che uno studente dovrebbe avere a disposizione al di là dei programmi e dei libri di studio: cinema, teatri, luoghi di ritrovo che non siano solo bar, librerie… Ma i miracoli possono accadere, basta volerlo. Ed è bastato chiamare a raccolta gli artisti che da anni raccontano storie che parlano di noi e del nostro Paese nei teatri italiani (Ascanio Celestini, Francesco Suriano, Bebo Storti, Ulderico Pesce) per vedere una comunità raccolta come in una piccola piazza davanti ad un grande evento: «CassinoOFF» è stato emozione, condivisione, riflessione amara e risate. Avevo già visto gli spettacoli che sono andati in scena all’Aula pacis di Cassino e strasmessi in diretta streaming sul sito dell’Unità. Ma non avevo visto le lacrime rigare il volto della gente. Non avevo visto il pubblico alzarsi in piedi e applaudire così a lungo. Non avevo visto i ragazzi ammutolire davanti alle atrocità della nostra storia. Infine non avevo visto il silenzio così eloquente di donne e uomini.
Forse perché ero sempre stata dall’altra parte. Il compito di un critico teatrale è principalmente quello di dare un giudizio sullo spettacolo. Stavolta ho deciso di fare qualcosa in più, scegliendo degli spettacoli da proporre alla mia città. E incoraggiata dal prezioso contributo di qualche sponsor privato mi sono convinta che valeva la pena provare e lanciarsi in questa sfida. Rischiosa sì, ma a mio avviso necessaria. L’unica possibilità che abbiamo di salvarci dalla catastrofe è costruire qualcosa insieme. E questo fermento che viene dal basso può aiutarci ad essere migliori. Partecipare è politica. E la politica a volte è rivoluzione.